Una peregrinazione millenaria (S.Lusini)  

 

                                Una peregrinazione millenaria alle radici dell’Europa cristiana

                                       Don Sandro Lusini, parroco di Porto S.Stefano (GR)

 

  http://santiago.pellegrinando.it/sandro/sandro2.htm

 

  Una peregrinazione millenaria

   

  Per secoli della tomba dell’Apostolo non abbiamo altre notizie, mentre abbiamo alcune importanti testimonianze circa la predicazione e il culto: quella sicuramente più autorevole ci è stata tramandata da Isidoro di Siviglia (+636) e nella seconda metà del secolo VIII dal presbitero Beato di Liébana nei suoi celebri Commentari all’Apocalisse. A lui è attribuito l’inno liturgico "O Dei Verbum", parte dell'ufficio divino del rito nella festività dell'Apostolo san Giacomo. E' il primo documento che cita la venuta di Santiago in Spagna (e lo elegge come patrono della Spagna), già prima dell'invenzione (della scoperta) della tomba a Finisterre. Scritto tra il 738 ed il 788 (il periodo di regno di Mauregato, espressamente citato nell'inno) si compone di 60 versi, distribuiti in dodici strofe di cinque versi ciascuna, che riprendono l'Apocalisse, il commento di Tyconio, il culto mozarabico, il tema della dispersio apostolorum in dodici diversi paesi dell'universo mondo. Cristo è il verbo di Dio creatore, luce del mondo, figlio di Maria, re e sacerdote, adornato di dodici pietre preziose. Comincia il giorno mette in fuga le tenebre nel suo percorso di dodici ore. Brilla la luce di Cristo nelle lampade dei dodici candelabri, che sono il simbolo degli apostoli, i quali diedero testimonianza in tutto il mondo, ciascuno in un paese diverso. Tra loro emergono i "Figli del Tuono", Giovanni e Giacomo il Maggiore, la cui madre sollecitò per loro i primi posti nel regno ed entrambi stavano ai lati di Cristo nell'Ultima Cena. Il primo con il capo appoggiato sul suo petto. Entrambi hanno avuto il premio del cielo. Il secondo mediante il martirio, fino alla decapitazione.

 

  All’inizio del secolo IX avviene la svolta, e come spesso accade storia e leggenda si mescolano insieme: il nord della Spagna appartiene al regno cristiano delle Asturie, che include la Galizia e la frangia cantabrica, con capitale Oviedo e sovrano è il re Alfonso II, detto il Casto (791-842). Il resto della penisola è sotto la dominazione araba e dal secolo antecedente vi è una lotta per il predominio politico e religioso della penisola iberica che durerà circa ottocento anni, periodo che ha avuto il nome di Reconquista.  

 

  Dice la tradizione che un eremita di nome Pelagio (uomo del mare), che viveva in un luogo chiamato Solovio (attualmente sede della chiesa di San Fiz de Solovio, nell'attuale Santiago de Compostela), osservò durante numerose notti, nel bosco di Libredón, delle luci nel cielo, simili a stelle cadenti, che rischiaravano un punto preciso del bosco (anno 813). Quella stella rivelatrice e artefice del ritrovamento della tomba di San Giacomo, diventerà un'altro dei simboli legati all'Apostolo ed al suo culto. Ma non si trattò di una semplice pioggia di stelle, la rotta del Cammino di Santiago è impressa da sempre nella volta celeste ed è nota col nome di Via Lattea. Per questo motivo, il cammino che porta alla città di Santiago è detto anche “Cammino delle stelle”. Pelagio, impressionato dalle visioni, si presentò a Teodomiro, vescovo della diocesi di Iria Flavia, per comunicargli il ritrovamento. Il vescovo di fronte alle insistenze di Pelagio, riunì un piccolo seguito e si diresse immediatamente al Libredón. Nel mezzo del bosco egli stesso fu testimone del miracoloso fenomeno descritto dall'eremita. Una gran luce illuminava il luogo dove rinvennero, tra la fitta vegetazione, il sepolcro di pietra contenente tre corpi, identificati come quello di Giacomo il Maggiore e dei suoi due discepoli Teodoro e Attanasio. Il primo documento che descrive con dovizia di particolari il ritrovamento, è la Concordia de Antealtares del 1077.

 

  Teodomiro avvisò immediatamente il re Alfonso II, che giunse rapidamente da Oviedo per visitare il luogo e constatare il miracoloso ritrovamento. Del ritrovamento furono informati anche il papa Leone III, l’imperatore Carlo Magno e gli altri principi cristiani. Sopra la tomba il re delle Asturie Alfonso II il Casto fece innalzare una prima modesta basilica, segno della venerazione di cui il potere laico voleva circondare il corpo dell'Apostolo. Alfonso III il Grande (866-912) la ricostruì in marmo e trasferì a Compostela il seggio episcopale che prima era a Iria Flavia. Il re confidava nel cristianesimo come elemento unificatore contro l'Islam, e capì che le reliquie dell'Apostolo avrebbero costituito un poderoso strumento politico e religioso che avrebbe rafforzato la chiesa asturico-galaica nei confronti degli attacchi arabi e dell'espansionismo carolingio.

 

  Non è difficile cercare una spiegazione di tale fervore. Senza dubbio i re cristiani del nord della Spagna hanno, dopo il IX secolo, usato il patronato dell'apostolo come simbolo dell'unità cristiana nella lotta contro i musulmani, mentre gli ordini religiosi e in particolare Cluny, hanno messo a disposizione del pellegrinaggio la loro influenza e una parte delle loro immense risorse. Santiago simboleggia la reconquista della Spagna sui mori: croce contro mezzaluna, Cristo contro Maometto. Nonostante che il flusso e il riflusso degli infedeli abbia alternativamente sommerso e liberato la Spagna per molti secoli, è soprattutto durante l'XI e il XII secolo che esplode questo movimento politico-religioso. Questa crociata fu posta sotto il segno di un santo e si scelse san Giacomo, anche perché secondo la leggenda aveva evangelizzato la Spagna e nell'844, a Clavijo, località ad una quindicina di chilometri da Logrono, mentre il re asturiano Ramiro I combatteva i saraceni, sarebbe apparso, spada alla mano, cavalcando un cavallo bianco: il figlio del tuono avrebbe letteralmente sconvolto e messo in fuga gli arabi. San Giacomo divenne allora il Matamoros, lo sgominatore dei mori. Da allora sarà testimone delle più importanti battaglie della riconquista. Questo Santo belligerante troverà ampio risalto nell’iconografia jacobea: l’immagine dell’Apostolo cavaliere e guerriero si inserirà nel filone della Chanson de geste del ciclo carolingio e nell’idea politico-religiosa della riconquista fino ai giorni nostri (nel secolo XVI diventerà Mataindios nella conquista del continente latinoamericano e successivamente durante la Guerra Civile spagnola Matarojos). Poco a poco i cristiani recuperarono i loro domìni e convertirono Compostela nel punto focale di rinascita spirituale del regno asturico-leonese. La città col tempo finì col rivaleggiare con Roma e Gerusalemme in quanto a potere di attrazione, diventando il maggior centro di peregrinazione di tutta la cristianità.

 

  Non solo. La città di Compostella risultò nel x secolo insieme a Cordova la città simbolo della “guerra santa” e della reconquista. Il 10 agosto del 997 l’esercito moro guidato dal generale arabo Al-Manzor saccheggia e distrugge totalmente la capitale della Galizia, radendo al suolo anche la seconda basilica fatta edificare da Alfonso III. Al-Manzor incendiò completamente la città, ma non osò distruggere la tomba dell’Apostolo, forse per rispetto alla meta del pellegrinaggio che anche nella religione araba riveste un ruolo sacro particolarmente importante. Si porta via come trofeo le campane e le porte della Chiesa che, a spalle dei cristiani fatti schiavi, vengono trasferite a Cordova per servire come lampade nella sontuosa moschea califfale. Nel 1236 campane e porte ritorneranno trionfalmente a Compostella quando il re Fernando III di Castiglia riuscirà a conquistare Cordova: più di duemila prigionieri mori catturati nella presa della città le riporteranno scalzi e ricolme d’acqua nella Cattedrale di Santiago. Prima di questo episodio è da ricordare come già dal 1075 con il Vescovo Diego Pelàez era iniziata la ricostruzione di quella che poi sarà l’attuale basilica, sostenuto nell’impresa dal re Alfonso VI di  Castiglia e Leon. Dieci anni più tardi il vescovo Pelaez cadde in disgrazia, i lavori proseguirono a rilento fino alla elezione di Diego Gelmirez. Sotto la sua guida Compostella diventò sede arcivescovile (anno 1120 con la bolla Omnipotentis dispositione di Papa Callisto II), egli costruì l’imponente palazzo vescovile (che ancora oggi ammiriamo a fianco della cattedrale) e portò avanti con energia la costruzione della chiesa. Entriamo così nella terza fase dei lavori, durante la quale fra le torri occidentali si costruì un nartece con matroneo e con un ricchissimo portale tripartito decorato di statue, il portico occidentale denominato poi per la sua ricchezza simbolica e teologica il Portico de la Gloria. Nel 1168 Ferdinando II di Leon affidò l’incarico al suo giovane architetto conosciuto con il nome di Maestro Matèo il quale nel 1188 portò a termine il portale centrale come è attestato da una iscrizione e fu attivo nel cantiere della cattedrale fino al 1211, anno della consacrazione conclusiva della chiesa.

 

  Le peregrinazioni a Santiago

 

  Durante il Medio Evo le peregrinazioni a Santiago ricevettero un impulso decisivo quando il papa Callisto II istituì l'Anno Santo Jacobeo (1122) ed il suo successore, Alessandro III, attraverso la Bolla Regis Aeternis, concesse la grazia del Giubileo (Indulgenza Plenaria) a chi visitasse il tempio compostellano negli anni in cui il 25 di luglio (festa di Santiago) cadesse di domenica. Nel XIV secolo inizia un profondo declino delle peregrinazioni, a causa di una serie di catastrofi (soprattutto la peste nera) che caratterizzarono il secolo, ed anche a causa di numerose guerre in cui venne coinvolto il continente europeo. Lo sviluppo del cammino di Santiago fu strettamente legato, come abbiamo visto, alla Reconquista spagnola. Nel 1492 avvengono alcuni avvenimenti importanti per la storia dell’umanità (come la scoperta dell’America, per cui la fine del mondo non è più Finisterre e nuovi traffici e itinerari ormai sono aperti sia per lo sviluppo economico sia per l’evangelizzazione) e la storia di Spagna e d’Europa: la presa di Granada da parte di Isabella di Castiglia e Fernando di Aragona, il cui matrimonio nel 1469 aveva finalmente riunito le due corone più importanti di Spagna; il decreto di espulsione degli ebrei e infine il valenciano Rodrigo de Borja (Borgia) è eletto Papa con il nome di Alessandro VI, il quale nel 1494 concederà a Isabella e Fernando il titolo di Re Cattolici (Reyes Catolicos). E’ in questo periodo che a ricordo della presa di Granada a Santiago viene eretto per accogliere il gran numero di pellegrini l’Hospital de los Reyes Catolicos, trasformato nel 1954 da Franco in un Parador nacional (albergo di gran lusso), nella stupenda cornice della piazza dell’Obradoiro.

 

  La decadenza del pellegrinaggio si accentuò nel XVI secolo: vale come esempio la vigorosa requisitoria pronunciata da Lutero il 25 luglio 1522 contro il pellegrinaggio a Santiago, dove, a suo dire, non esiste alcuna prova certa dell’esistenza della tomba dell’apostolo. Egli si dichiara ostile al lungo viaggio, che assimila a un atto di idolatria, e, pur intessendo un panegirico del santo, condanna energicamente questa forma di culto. L'irruzione del protestantesimo e le guerre di religione che sconvolsero l’Europa determinarono un progressivo disinteresse verso l’istituzione del pellegrinaggio; così come l'occultamento dei resti dell'Apostolo durante quasi 300 anni, per evitare che cadessero nelle mani dei pirati inglesi guidati da sir Francis Drake poste in atto dall’arcivescovo Don Juan de Sanclemente, per evitare saccheggi e nuove profanazioni simili a quelle perpetuate alcuni secoli prima da Al-Manzor. L’arcivescovo trasferì una parte del sepolcro a Ourense. Questo episodio creò per i secoli futuri confusione perché non furono chiare le circostanze di questo occultamento parziale o totale delle reliquie dell’Apostolo. La confusione che si creò andò di pari passo con il declino del pellegrinaggio a danno della stessa devozione a Santiago tanto che nel seicento si arriva a mettere in discussione persino il ruolo di Patrono di Spagna da sempre assegnato a san Giacomo per sostituirlo con Santa Teresa d’Avila o San Michele. Successivamente Illuminismo e Rivoluzione francese assesteranno al mondo religioso legato al pellegrinaggio e al culto delle reliquie un colpo ancora più forte di quello della Riforma protestante.

 

  Questo processo involutivo culminò nel XIX secolo con la pressoché totale scomparsa delle peregrinazioni. Recenti studi hanno dimostrato che per quanto flebile il pellegrinaggio a Compostella non si è mai veramente interrotto, nonostante la guerra d’Indipendenza contro Napoleone, le ripetute leggi di alienazioni dei beni ecclesiastici che eliminavano praticamente tutta l’infrastruttura di accoglienza indispensabile per i pellegrini, epidemie di colera e il riconoscimento ufficiale delle apparizioni mariane a Lourdes, luogo che negli anni vedrà sempre più aumentare il numero dei pellegrini). Commentano le cronache che il 25 luglio del 1867 c'erano solo quaranta pellegrini nella città di Compostela. E’ solo alla fine del secolo XIX che avviene il miracolo: grazie all’impegno del cardinale Miguel de Payà y Rico viene effettuata una campagna di scavi sotto l’altare maggiore della Cattedrale e scoperte le reliquie a suo tempo occultate per paura di Drake nel XVI secolo. Una speciale Commissione Pontificia studiò i resti ritrovati e attraverso una indagine scientifica e anche empirica (la Commissione si avvalse di una reliquia conservata a Pistoia, un pezzetto di apofisi mastoidea che era stata prelevata a Diego Gelmirez e donata all’arcivescovo della città toscana che combaciava perfettamente con la mandibola ritrovata negli scavi) poté garantire l’autenticità.  Nel 1884 il papa Leone XIII emise la Bolla “Deus Omnipotens” ove confermava l'autenticità dei resti dell'Apostolo che erano stati recuperati e questo evento fece risorgere poco a poco le peregrinazioni, stimolando il desiderio di mettersi in cammino di nuovo sulla rotta di Compostella.

 

  Piano piano durante il Novecento assistiamo a diversi tentativi di promozione del pellegrinaggio, anche se non mancarono difficoltà (prima guerra mondiale, guerra civile spagnola, seconda guerra mondiale): è in questo tragico periodo che una studiosa francese, Madame Vielliard, copia e traduce per la prima volta il Codex Calixtinus, contribuendo ad un sempre più maggiore interesse alla questione jacobea. Solo a guerra finita, con l’Anno Santo del 1948, grazie all’impegno inarrestabile del cardinale Quiroga Palacios, arcivescovo compostellano di grandi qualità spirituali e organizzative, che il pellegrinaggio a Santiago vivrà un nuovo e sempre più crescente interesse storico e religioso. Gli anni Cinquanta e Sessanta vedranno sorgere centinaia di associazioni culturali, religiose di promozione e riscoperta del cammino e un sempre più incremento del pellegrinaggio a piedi o in bicicletta. Storiografia e letteratura (studi storici e resoconti di pellegrinaggi) ma anche il cinema (la Via Lattea di Luis Bunuel, capolavoro sul Camino anche se con forti accentuazioni anticattoliche del geniale ed irrequieto regista) daranno il loro contributo alla crescita dell’interesse europeo verso Santiago, come anche la recuperata democrazia in Spagna alla morte del “caudillo” Franco (1975). Fra i primi che contribuirono alla grande ripresa merita una menzione il sacerdote Elias Valina, curato del Cebreiro, per aver dedicato al Cammino importanti studi di ampio respiro storico e spirituale, anche se molti lo ricordano quasi esclusivamente per aver “inventato” la famosa freccia gialla, “la flecha amarilla”, con la quale ha segnato muri, cippi, cartelli, alberi e pali, strade, sentieri, viottoli, campi e città per indicare la rotta verso Compostella.

 

  La riscoperta del pellegrinaggio e il “fenomeno Santiago”

 

  Oggi, in un rinnovato fervore spirituale, migliaia di persone raggiungono Santiago ripercorrendo le antiche vie, ricevendo ospitalità negli ospizi e nelle chiese disseminate lungo il percorso che nel 1987 il Consiglio d’Europa ha proclamato “Primo Itinerario Culturale d’Europa” e nell'anno 1993 gli è stato concesso dall'UNESCO il titolo di “Patrimonio Culturale dell'Umanità”. Lo stesso Papa Giovanni Paolo II nel 1982 radunò a Santiago gli abati delle principali abbazie d’Europa e consegnò alla città un memorabile discorso sulle radici cristiane dell’Europa: «Per questo, io, Giovanni Paolo, figlio della Nazione polacca, che si è sempre considerata europea, per le sue origini, tradizioni, cultura e rapporti vitali, slava tra i latini e latina tra gli slavi; io, successore di Pietro nella Sede di Roma, Sede che Cristo volle collocare in Europa e che l’Europa ama per il suo sforzo nella diffusione del Cristianesimo in tutto il mondo; io, Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa universale, da Santiago, grido con amore a te, antica Europa: “Ritrova te stessa. Sii te stessa”. Riscopri le tue origini. Ravviva le tue radici. Torna a vivere dei valori autentici che hanno reso gloriosa la tua storia e benefica la tua presenza negli altri continenti. Ricostruisci la tua unità spirituale, in un clima di pieno rispetto verso le altre religioni e le genuine libertà. Rendi a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio. Non inorgoglirti delle tue conquiste fino a dimenticare le loro possibili conseguenze negative; non deprimerti per la perdita quantitativa della tua grandezza nel mondo o per le crisi sociali e culturali che ti percorrono. Tu puoi essere ancora faro di civiltà e stimolo di progresso per il mondo. Gli altri continenti guardano a te e da te si attendono la risposta che san Giacomo diede a Cristo: “Lo posso”»[5].

 

  Infine nel 1989 a Santiago si svolse una delle famose Giornate Mondiali della Gioventù: da allora sempre più numerosi sono i giovani e non che dalla vecchia Europa e dagli altri continenti si muovono, come gli antichi pellegrini, verso la città dell’Apostolo. Durante quell’incontro oltre alla veglia notturna e alla S. Messa sul Monte do Gozo particolarmente coinvolgente fu la preghiera recitata nella basilica compostellana dal Papa dopo il gesto dell’abrazo, l’abbraccio all’Apostolo che ogni pellegrino compie al termine del suo pellegrinaggio a suggellare l’intima comunione e confidenza con Santiago l’amico del Signore. Ecco il testo di quella preghiera che racchiude non solo il valore della Giornata mondiale della Gioventù ma l’autentico e genuino significato del pellegrinaggio cristiano e jacobeo:

 

  San Giacomo !

 

  Sono qui, nuovamente, presso il tuo sepolcro / al quale mi avvicino oggi, / pellegrino da tutte le strade del mondo, / per onorare la tua memoria ed implorare la tua protezione. / Giungo dalla Roma luminosa e perenne, / fino a te che ti sei fatto pellegrino sulle orme di Cristo / ed hai portato il suo nome e la sua voce / fino a questo confine dell’universo. / Vengo dai luoghi di Pietro / e, quale suo successore, porto a te / che sei con lui colonna della Chiesa, / l’abbraccio fraterno che viene dai secoli / ed il canto che risuona fermo ed apostolico nella cattolicità. / Viene con me, san Giacomo, un immenso fiume giovanile / nato dalle sorgenti di tutti i paesi della terra. / Qui lo trovi, unito e sereno alla tua presenza, / ansioso di rinnovare la sua fede nell’esempio vibrante della tua vita. / Veniamo a questa soglia benedetta in animato pellegrinaggio. / Veniamo immersi in questo copioso esercito / che sin dalle viscere dei secoli è venuto portando le genti fino a questa Compostela / dove tu sei pellegrino ed ospite, apostolo e patrono. / E giungiamo qui al tuo cospetto perché andiamo uniti nel cammino. / Camminiamo verso la fine di un millennio / che desideriamo sigillare con il sigillo di Cristo. / Camminiamo ancora oltre, verso l’inizio di un millennio nuovo / che desideriamo aprire nel nome di Dio. / San Giacomo, / abbiamo bisogno per il nostro pellegrinaggio / del tuo ardore e del tuo coraggio. / Per questo veniamo a chiederteli / fino a questo “finisterrae” delle tue imprese apostoliche. / Insegnaci, Apostolo ed amico del Signore, / la via che porta a lui. / Aprici, predicatore delle Spagne, / alla verità che hai imparato dalle labbra del Maestro. / Dacci, testimone del Vangelo, / la forza di amare sempre la vita. / Mettiti tu, patrono dei pellegrini, / alla testa del nostro pellegrinaggio di cristiani e di giovani. / E come i popoli all’epoca camminarono verso di te, / vieni tu in pellegrinaggio con noi incontro a tutti i popoli. / Con te, san Giacomo apostolo e pellegrino, / desideriamo insegnare alle genti d’Europa e del mondo / che Cristo è - oggi e sempre - / la via, la verità e la vita.

 

  Questi due eventi con protagonista il Papa “venuto da un paese lontano” hanno sicuramente incrementato il valore del pellegrinaggio: soprattutto il pellegrinaggio a piedi sta rivivendo una stagione particolarmente feconda dato il significato religioso e penitenziale dello stesso, recuperando quei valori dello spirito, della capacità di riflessione ed interiorizzazione della fede che un percorso non legato ai ritmi frenetici e spesso alienanti della nostra era, sa ancora conservare intatti e nuovi per l’uomo contemporaneo. Dopo secoli di oblio, dovuti in parte a situazioni storiche e religiose che abbiamo ricordato come la Riforma protestante, le guerre di religione, il brigantaggio, le varie epidemie e i conflitti fra gli Stati nazionali dell’Europa, oggi si può parlare di un “fenomeno Santiago” e non si conosce nessun altro itinerario che come questo catturi l’immaginazione di migliaia di viaggiatori e pellegrini che ogni anno a piedi, in bicicletta o a cavallo muovono verso questo estremo lembo del vecchio continente per andare ad onorare la memoria e la tomba di un umile pescatore di Galilea, discepolo e Apostolo del Signore, lì arrivato per annunciare il messaggio religioso più sconvolgente e straordinario che il mondo abbia conosciuto: il Vangelo.

 

  Esiste oggi sicuramente un’esigenza spirituale profonda che pare soddisfatta dal pellegrinaggio, in particolare per coloro che osano affrontarlo a piedi. Camminare ha l’effetto di sollevarci dalle preoccupazioni del mondo moderno, è un’esperienza “catartica”, di purificazione, di riscoperta dell’essenzialità della vita e forse anche della stessa fede. Il pellegrinaggio a Santiago offre poi un valore aggiunto, nel senso che è anche un cammino attraverso la storia, la civiltà, l’esperienza artistica e religiosa: ogni giorno si incontra qualche rovina o qualche grandioso monumento che ricorda al viaggiatore di essere sulle orme di un passato illustre, di un tempo in cui milioni di persone percorrevano la medesima via, per amore, per scontare una pena, per senso del dovere, per paura, o per pura e semplice fede. E tale pellegrinaggio, anche per un ateo, è un’esperienza che lascia un segno profondo. E’ un viaggio popolato di fantasmi, spiriti di grandi uomini, poveri e criminali, menestrelli e visionari, costruttori e artisti, santi e prìncipi. Un intero catalogo di umanità è passato di qui, calpestando questa lunga strada. Ha scritto un giornalista francese “il Camino di Compostella non è che uno spezzone pedestre di una strada sinuosa cominciata col nostro concepimento. La vita intera è un pellegrinaggio. Essa ci conduce fino alla Vita che non avrà fine e di cui la morte umana è il misterioso passaggio”[6].

 

  Il grande Papa Giovanni Paolo II nel messaggio d’inizio dell’Anno Santo jacobeo del 2004, il primo del terzo millennio del cristianesimo, ha scritto: “il Cammino di Santiago non può dimenticare la sua dimensione spirituale. Il fenomeno jacobeo non può alterare la propria identità a causa dei fattori culturali, economici e politici che porta con sé. Nei secoli, l’essenza del pellegrinaggio a Santiago de Compostella, è stata la conversione al Dio vivente attraverso l’incontro con Gesù Cristo. Il pellegrinaggio, dunque, nonostante il suo rigore e la sua fatica, è un gioioso annuncio di fede, un cammino personale di testimonianza sull’esempio del “Figlio del Tuono”, l’Apostolo Giacomo, amico del Signor”.

 

  Per una lettura “spirituale” del Cammino di Santiago

 

  “Non basta essere nel cammino quanto piuttosto essere il cammino"

Lessi questa frase nella “concha”, la conchiglia del pellegrino, in uno dei tanti zaini a fianco del letto in un rifugio del Cammino di Santiago, durante il pellegrinaggio a piedi da me fatto nel giugno del 2001. Queste parole, molto evocative, mi colpirono, anche se il significato più profondo lo compresi camminando, e lo scopro man mano che ripenso all’esperienza fatta. Non dico niente di nuovo indicando quanto sia importante il viaggio o il pellegrinaggio nell'espressione della religiosità di tutti i tempi e di tutti i popoli: il pellegrinaggio alla Mecca o a Gerusalemme e a Roma per rimanere appena nell'ambito delle religioni monoteiste. Gli stessi fondatori delle religioni esistenti sono pellegrini o ricevono la rivelazione durante un viaggio presso luoghi ritenuti "sacri". I Vangeli sinottici racchiudono l'attività messianica di Gesù di Nazareth in un viaggio a Gerusalemme, mentre Buddha riceve l'illuminazione sotto il fico di Benares al termine di un pellegrinaggio. Lo stesso Socrate, spostandoci in un ambito e in una cultura diversa, pellegrino al tempio di Apollo, comprende a Delfo la via aurea della sapienza: "Conosci te stesso!". Mentre Omero nell'Odissea descrive il ritorno di Ulisse ad Itaca come il compimento di un viaggio verso una umanità perduta. Tanti gli anni di viaggio quanto i dieci anni di violenza e di guerra nell'assedio di Troia. E così si potrebbe continuare passando dalle religioni alla letteratura e a tante altre espressioni del genio umano, arrivando anche ad artisti e pensatori dei nostri giorni.

 

  Chi ha percorso il cammino delle stelle, la “via lattea”, il cammino di Santiago, si accorge mentre cammina che la Cattedrale dell'Apostolo non può essere la meta, ne è solo un grandioso segno. La meta sei tu, è ciascuno nel suo rapporto con sé stesso e con Dio: "siempre se anda el camino!", è l'espressione tipica che si sente quando si finisce il viaggio a Compostella. Forse la domanda posta da Dio ad Adamo nel giardino dell’Eden “Dove sei?” (Gen 3,9) è allo stesso tempo una risposta che l'autore della Genesi dà a noi che ci interroghiamo sul perché o sulla necessità di pellegrinare e di intendere la vita come un viaggio. Forse questa domanda risponde ad altre domande, i motivi per cui uno lascia casa e parte. La differenza che corre tra un pellegrino e chi, pur viaggiando, magari non lo è affatto. Si può essere sul cammino anche per caso. È la condizione del vagabondo che non sa dove si trova, né da dove viene e dove sta andando.

 

  Invece il pellegrino conosce bene cosa si è lasciato alle spalle e dove è diretto. Quanto si incontrerà sul cammino sarà una scoperta sempre nuova. La conchiglia, simbolo del pellegrinaggio a Compostella, riassume i temi essenziali del cammino. Da un'unica origine partono le linee della "vieira" e tutte si riconducono allo stesso punto. Come dire che da Dio siamo generati e, ciascuno per la sua strada, a Lui torniamo. La conchiglia ricorda anche il battesimo. Il pellegrinaggio è nato come forma penitenziale, per ridonare a chi è "lontano" l'innocenza delle origini. Il segno della “concha” è anche il simbolo del cuore. Tutte le esperienze che si vivono durante il cammino della vita devono esservi custodite, poiché Dio si rivela nella storia di ognuno ed è lì che propriamente desidera essere cercato. "Non basta essere nel cammino quanto piuttosto essere il cammino”. Il cammino di Santiago non è solo un tragitto geografico. Il cammino significa, in ultima istanza, la vita umana. Pellegrinare è camminare senza patria nell’esilio di questo mondo. La fatica del cammino, non riconducibile soltanto a quella fisica, ci indica che ogni uomo è, per essenza, “viator”, pellegrino, creato da Dio e liberato per mezzo di Cristo.

 

  “Per grazia di Dio io sono uomo e cristiano, per azioni gran peccatore, per condizione un pellegrino senza tetto, della specie più misera, sempre in giro da paese a paese. Per ricchezza ho sulle spalle un sacco con un po' di pane secco, la santa Bibbia , e basta”, le parole d’inizio dei “Racconti di un pellegrino russo” (1881), un classico della spiritualità cristiana, manifestano la condizione di “creatura” fragile e debole del pellegrino: l’affermazione della creaturalità dell’uomo è il pilastro del Cammino: chi non cammina non sa da dove parte né ha coscienza di dove deve arrivare. Pellegrino è colui che abbandona la sua casa, lascia la sua patria e intraprende di andare verso una terra lontana per cambiare la sua situazione. Quando uno si decide a camminare sperimenta la spogliazione, l’abbandono, si rende conto che quello che possiede non è un “assoluto”. L’immagine del pellegrino riporta alla memoria la figura di Abramo. Ricorda la chiamata e l’esodo nel deserto e la terra promessa. La spiritualità del Cammino jacobeo coincide con la spiritualità biblica. Il credente è colui che esce dalla sua patria, da quello che considera proprio, nasce di nuovo, abbandona le sue sicurezze e i suoi limiti, le sue “Sodoma e Gomorra” e senza voltarsi indietro comincia il suo itinerario verso la meta: il cammino di Santiago suscita e invita a pensare che l’uomo non è l’unico signore né della storia né della natura. Il viandante è colui che scopre il Creatore e sa di essere immagine di Dio.

 

  Colui che cammina, senza altro tempo che quello cronometrato dalla creazione, senza altro rumore che il silenzio della natura e dei suoi passi, percepisce che essere uomo significa capacità di apertura, capacità di cercare, di incontrare ed interrogare tutto quello che lo circonda. Ma soprattutto la sua ricerca è volta all’infinito, al mistero, a Dio nella profondità della sua interiorità (cfr. S.Agostino “Deus interior intimo meo, superior summo meo”). Il pellegrino è inoltre un vessillo della speranza, perché sa che la sua meta è provvisoria, in quanto pian piano, passo dopo passo, scopre l’apertura verso la pienezza. Il cammino di Santiago è stato sempre un invito ad andare più in là, “ultreya”: dal Monte della Gioia, guardando verso Santiago i pellegrini sanno che la gioia di aver raggiunto una meta non appaga la convinzione che l’uomo deve continuare a camminare, che si è appena all’inizio. Il pellegrino dopo essere stato presso la tomba di S. Giacomo, aver contemplato il Portico della Gloria, aver visto e toccato la colonna di Jesse che lo univa a tutta l’umanità, aver pregato e ricreato la sua anima con il silenzio, i canti e la Parola, si dirigeva a contemplare la grandezza dell’Oceano, e toccava con le sue mani, simbolicamente, il “Finisterrae”, il mondo allora conosciuto.

 

  Tuttavia il pellegrino nell’incontro con se stesso e con l’Assoluto, nel cammino, mai si trova solo. Il cammino del pellegrino ha un Pedagogo. Per il viandante del cammino di Santiago il Pedagogo è Cristo. Pedagogo e cammino, per il pellegrino medievale come ora per quello del terzo millennio, si fanno uno. Perché il cammino per l’uomo che crede è Gesù, e questo Cammino non è che un simbolo dell’unico e autentico cammino per gli uomini. Per raggiungere l’Assoluto, per avvicinarsi a Dio non c’è che un cammino, Gesù Cristo, la forma visibile dell’Invisibile (Gv 1,18), l’Immagine del Padre, l’icona di Dio (Col 1,15), il Verbo fatto carne (Gv 1,14). Egli è Via, Verità, Vita (Gv 14,6), guida di tutti i viandanti (Lc 24,13).

 

  Mi piace ricordare, percorrendo queste strade, strade del mondo e della vita cristiana, quello che il papa Paolo VI scriveva nel discorso di apertura del secondo periodo del Concilio Vaticano II il 29 settembre 1963: “Donde parte il nostro cammino, quale via intende percorrere e quale meta vorrà proporsi il nostro itinerario? Queste tre domande hanno una sola risposta, che qui in quest’ora stessa dobbiamo a Noi stessi proclamare e al mondo annunciare: Cristo! Cristo nostro principio, Cristo nostra via e nostra guida, Cristo nostra speranza e nostro termine. Abbia questo Concilio piena avvertenza di questo molteplice e unico, fisso e stimolante, misterioso e chiarissimo, stringente e beatificante rapporto tra noi e Gesù benedetto, fra questa santa e viva Chiesa che noi siamo e Cristo da cui veniamo, per cui viviamo e a cui andiamo!” (Paolo VI, in Enchiridion Vaticanum 1, EDB, 1993, nn.143-145).

 

  Attualmente il cammino a Compostella

 

  Attualmente il cammino a Compostella, in una Spagna mistica, ardente, struggente, sfrenata, laica, sfarzosa, gloriosa...incantata, terra di Vergini, cattedrali, monasteri, cavalieri e pastori continua ad accogliere la ricerca di numerosi viandanti. Parlare del cammino risulterà sempre una riflessione povera se non si torna a calcare la strada che racchiude più parole di tutti i diari scritti dai pellegrini. Considerato che il pellegrinare non riguarda le gambe soltanto, ma soprattutto il cuore, ogni cristiano può e deve adottare questa attitudine nella sua vita, orientandola fino all’incontro col Padre, attraverso Cristo, cammino vivente (Eb 10,19-22), con la forza dello Spirito. Il cammino che Gesù propone ai suoi discepoli va nel senso contrario a quello della sua incarnazione: innalza, divinizza l’uomo facendolo partecipe del dinamismo della sua morte e risurrezione e della sua stessa vita (2Pt 1,4). Chi non si considera pellegrino, difficilmente potrà sentirsi cristiano, discepolo di un pellegrino e membro di un popolo che cammina verso Dio. E’ così anche per la Chiesa, popolo pellegrinante per eccellenza che dal deserto dell’Esodo verso la Gerusalemme celeste “prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio” (LG 8).

 

  Nella cattedrale compostellana un rito, che risale al XIII secolo, viene ripetuto ancora oggi ogni domenica e nelle solennità al termine della Messa del pellegrino: è il “botafumeiro”, il grande incensiere d’argento di 80 Kg. che viene fatto oscillare spettacolarmente da un estremo all’altro della navata a crociera. Alcuni sostengono che fosse usato un così grande turibolo per spargere più incenso possibile e attutire l’odore di una folla enorme di pellegrini che quotidianamente raggiungevano la casa dell’Apostolo. Ma forse è un altro il significato di questo rituale sempre più richiesto dai pellegrini: esso rappresenta bene il culmine del “camino de Santiago”, la trasfigurazione del pellegrino, che qui giunto purificato da giorni e giorni di fatica, solitudine e preghiera, riconciliato con il sacramento della penitenza, dopo aver preso parte alla mensa del Signore nel banchetto eucaristico può innalzare il suo ringraziamento con la solenne incensazione. “Come incenso salga a te o Dio la mia preghiera, le mie mani alzate come sacrificio della sera” (Sal 141,2); ”Come incenso spandete un buon profumo, fate fiorire fiori come il giglio, spandete profumo e intonate un canto di lode” (Sir 39,14); “dalla mano dell’angelo il fumo degli aromi salì davanti a Dio, insieme con le preghiere dei santi” (Ap. 8,4). Il fumo simboleggia il movimento ascendente della preghiera, evoca l’antica offerta dei sacrifici, allude inoltre alle buone disposizioni che dovrebbero risplendere nei cristiani e alla loro autentica testimonianza “siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero! Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo” (2Cor 2,14-15). Il sorprendente esito del pellegrinaggio è che questo non si conclude a Compostella, ma permane per sempre nel cuore di chi l’ha intrapreso il desiderio profondo di seguire quel Pellegrino chiamato Gesù di Nazareth e di portarne il suo messaggio sconvolgente sulle strade di questo mondo, fino ai confini della terra.

 

  Termina il “Camino”…, comincia una nuova storia.

                                              --------------------------------------------------------

    

  retour à Q.Culture histoire

  home

                                                                       01/01/2013

delhommeb at wanadoo.fr